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«Quelli che noi chiamiamo folli spesso sono persone capaci di focalizzare in cinque righe, sensazioni e concetti profondi che ai cosiddetti normali sfuggono». Ale & Franz domani sono al Teatro della Cooperativa per inaugurare «Basaglia e la diversità», un viaggio tra normalità e follia, per riflettere sulla malattia mentale e sulle possibili ancore di salvezza che l’ arte promuove. I due attori sono protagonisti con Alessandra Mola di «Amore folle», titolo della serata d’ apertura: «Diamo voce ad alcuni testi di Basaglia e ai mille fogliettini scritti dagli ex pazienti del Paolo Pini; frammenti di vita vera, trovati tra un cestino della spazzatura e un pacchetto di sigarette». Testimonianze che hanno profondamente emozionato i due attori, coinvolti dal regista Renato Sarti, e dalle curatrici della serata, Teresa Melorio ed Enza Buccei, due dottoresse che per anni hanno lavorato nell’ ex manicomio. «Raccoglierli per noi è stato un gesto di attenzione e di rispetto, un’ occasione per interrompere il nostro frenetico modo di vivere e di lavorare; ascoltare la voce di chi non ha mai taciuto, ma ha faticato a trovare qualcuno disposto ad ascoltare». Ci saranno gli stati d’ animo dunque di chi sedeva sulle panchine del Pini e osservava un altro «malato mentale», ma anche preghiere o poesie d’ amore; «alcune sono davvero comiche» sottolinea Franz «come quella di quel paziente innamorato della propria analista, e cosciente che ciò che sente per lei non c’ entra nulla con il transfer. Altre invece sono sofferte, parlano di quella drammatica gerarchia che distingue chi un giorno potrà guarire e chi no». Voci di una realtà passata, ma che ancora oggi, a trent’ anni dal battesimo della legge Basaglia lascia questioni irrisolte. «In manicomio rinchiudevano persino i sordomuti» continua Franz. «Ora le cose sono cambiate ma le famiglie devono essere supportate, così come quelle associazioni che valorizzano le potenzialità di persone così sensibili, e così diverse da noi». La serata d’ apertura, con Arca Onlus e Mapp – museo d’ arte Paolo Pini- devolverà parte del ricavato alla pubblicazione del libro «Amore folle». Livia Grossi AMORE FOLLE domani al Teatro della Cooperativa , via Hermada 8. Ore 20.45, 25 euro. Tel.02.647.49.997 Le mostre Questa sera allo Spazio Tadini di via Jommelli 24 la rassegna «Basaglia e la diversità» propone la mostra «Pedra Zandegiacomo e Ugo Pierri», due pittori che raccontano il disagio psichico (dalle 15.30 alle 19, fino al 25, ingr. libero). Per l’ inaugurazione (ore 20.30) Bebo Storti leggerà brani di Charles Bukowski. Domani, nel foyer del Teatro della Cooperativa sarà inaugurata la mostra Psicol’ abile: opere realizzate nelle Botteghe d’ arte del Mapp, centro d’ arteterapia che riunisce artisti, psichiatri, psicologi che lavorano «a quattro mani» con gli utenti del centro diurno.
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Il 9 gennaio scorso su Libero diretto da Vittorio Feltri, è apparso l’articolo di Cristiana Lodi Psichiatri da legare. La figlia è schizofrenica, rinchiudono la madre. Vi si raccontava la storia di una donna schizofrenica attraverso le parole di sua madre. La figlia è in cura presso il Dipartimento di salute mentale di Trieste, la madre tuttavia afferma che sua figlia non solo non viene curata, ma viene tenuta rinchiusa e lontana da lei contro la sua volontà. Gli psichiatri hanno inoltre disposto tre trattamenti sanitari obbligatori nei suoi confronti perché – a suo dire – si ribellava al modo in cui veniva trattata la figlia.
«SCHEDATA»
L’articolo è scritto con lo stile aggressivo che contraddistingue il giornale, contiene pesanti attacchi agli psichiatri di Trieste e a Franco Basaglia che, si legge, «contestando i luoghi della follia arrivò a contestare la follia stessa. Negandola. E lasciando così i malati abbandonati a loro stessi». È corredato dalla foto della figlia in primo piano con tanto di didascalia che la definisce «schizofrenica» e da un articolo in cui la 180 è detta «legge criminale e criminogena» dello psicologo Luigi De Marchi, firmatario assieme al deputato del Pdl Paolo Guzzanti di una proposta di legge per la modifica della 180.
Peppe Dell’Acqua, direttore del DSM di Trieste, risponde tempestivamente con una lettera al quotidiano e con una denuncia. Ma la storia è succosa e altri media ci si buttano. In particolare, nella trasmissione Sabato e Domenica, del 18 gennaio su Rai uno, Franco Di Mare fa parlare la giornalista Lodi che racconta la vicenda così come presentata su Libero. Buttando in pasto ai telespettatori la vita di chi non può difendere la sua privacy.
La storia vera è complessa e molto dolorosa. La racconta Peppe Dell’Acqua e la confermano i familiari dei pazienti di Trieste che scrivono una lettera aperta per spiegare perché si fidano degli operatori che hanno in cura i loro figli. È la storia di una figlia schizofrenica e di una madre con un disturbo mentale grave alla mercè di un prete esorcista e di alcuni estremisti di Forza Nuova che le impediscono di accettare la malattia della figlia. Ma non vogliamo entrare in questioni personali, la domanda che ci si pone è: perché?
«FORT APACHE»
«È in atto un attacco a Fort Apache – dice Peppe Dell’Acqua-. Non a caso, il sottosegretario Martini ha detto che la partita della modifica alla legge 180 si chiuderà nel 2009». Come si chiuderà? Nel programma di governo si parlava esplicitamente di «riforma della legge 180 del 1978 in particolare per ciò che concerne il trattamento sanitario obbligatorio dei disturbati psichici». E il sottosegretario Martini ha detto che questo è un punto prioritario del governo.
Intanto, sono state presentate alcune proposte di legge: una al senato firmata da Carrara e Ombretta Colli, l’altra alla camera, primo firmatario Ciccioli; la terza, proposta Guzzanti, sempre alla Camera. In comune hanno il fatto che prolungano il periodo di trattamento sanitario obbligatorio e chiedono molti posti letto in più per la salute mentale. «Posti letto che il sistema pubblico non potrà garantire – spiega Dell’Acqua – e che giustificheranno quindi l’ingresso in gioco dei privati».
«La preoccupazione è che parlare della riforma della 180 ci distoglie dall’affrontare il problema più urgente e reale – dice Dell’Acqua – che è quello della dissociazione tra il cambiamento culturale prodotto dalla legge e quello che succede nei fatti. In Friuli Venezia Giulia abbiamo centri di salute mentale aperti 24 ore al giorno e reparti di diagnosi e cura senza contenzione, ma non è così in tutte le regioni. Ci sono leggi regionali monche, pochi fondi, una formazione universitaria che non va bene nella nostra realtà. Questi problemi la sinistra se li deve porre. Non possiamo solo difendere la 180, ma dobbiamo dire cosa fare nelle singole regioni e nelle singole aziende sanitarie».
scienza@unita.it
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QUI A FIANCO NELLA PAGINA NOVITA’ SONO RIPORTATE NOTIZIE E AGGIORNAMENTI: TRA CUI, AZIONE DI DELL’ACQUA CONTRO LIBERO, CONVEGNO IN RICORDO DI SERGIO PIRO, ECC.
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Tirza Bonifazi Tognazzi
Milano, primi anni ‘80. Nello è un sindacalista dalle idee troppo avanzate per il suo tempo. Ritenuto scomodo all’interno del sindacato viene allontanato e “retrocesso” al ruolo di direttore della Cooperativa 180, un’associazione di malati di mente liberati dalla legge Basaglia e impegnati in (inutili) attività assistenziali. Trovandosi a stretto contatto con i suoi nuovi dipendenti e scovate in ognuno di loro delle potenzialità, decide di umanizzarli coinvolgendoli in un lavoro di squadra. Andando contro lo scetticismo del medico psichiatra che li ha in cura, Nello integra nel mercato i soci della Cooperativa con un’attività innovativa e produttiva.
“La follia è una condizione umana” dichiarava Basaglia, psichiatra. “In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla”. Prima dell’introduzione in Italia della “legge 180/78″, detta anche legge Basaglia, i manicomi erano spazi di contenimento fisico dove venivano utilizzati metodi sperimentali di ogni tipo, dall’elettroshock alla malarioterapia. Il film di Giulio Manfredonia si colloca proprio negli anni in cui venivano chiusi i primi ospedali psichiatrici e s’incarica di raccontare un mondo che il cinema frequenta raramente, non tanto quello trito e ritrito della follia, quanto quello dei confini allargati in una società impreparata ad accoglierne gli adepti. Attenzione però. Il regista evita accuratamente qualunque tipo di enfasi, sfiorando appena la drammaticità senza spettacolarizzarla, in favore di un impianto arioso, ridente, talvolta comico, letiziando lo spettatore con una commedia (umana) che diverte e allo stesso tempo fa riflettere.
Se Pippo Delbono nel documentario Grido mostrava una via alternativa alla pazzia attraverso il teatro, Manfredonia tramuta episodi reali – e nello specifico la storia della Cooperativa Sociale Noncello – in fiction, trattando con la dovuta discrezione un argomento tanto delicato che appartiene alla storia dell’Italia, nel rispetto di chi convive con l’infermità mentale e di chi ci lavora. La sceneggiatura scritta a quattro mani insieme all’autore del soggetto Fabio Bonifacci non ha falle e permette agli attori di immergersi nella condizione dei loro personaggi con grazia. Sebbene Claudio Bisio dia un’ottima prova recitativa nei panni di Nello, Si può fare è il frutto di un lavoro collettivo che vede tutti gli interpreti (compreso il regista) impegnati a ricreare un ambiente credibile nel quale far muovere a piccoli passi un ensemble di “matti” talmente autentici da strappare un applauso.
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Si torna allo stigma A Perugia convegno sulla legge 180
La macchina della paura «Creeranno lo psichiatra-poliziotto»
Se anche il disagio mentale diventa «allarme sicurezza»
Gli operatori a confronto con la onlus «Città del Sole»: rischi concreti di nuova ghettizzazione.
Clara Sereni: la proposta Pdl di ospedali psichiatrici umanizzati? Una mostruosità. Flavia Franzoni: la politica si svegli.
Non si sa quanti siano gli italiani affetti da patologie mentali più o meno gravi. Non si conoscono con certezza neanche gli effetti che un farmaco avrà su un singolo paziente.
Ma una cosa si percepisce, soprattutto tra gli operatori: anche il disagio psichico e la malattia mentale, stanno (ri)cominciando ad essere considerati come una minaccia alla sicurezza. Delle persone «normali», come accade a Milano, ad esempio, dove le istituzioni hanno avviato un «Tavolo prevenzione pericolosità sociale», al quale siedono anche le forze dell’Ordine, con varie finalità. Non ultima quella di dare risposte a quei cittadini «che vivono grandi preoccupazioni personali legate alla convivenza con persone che hanno comportamenti pericolosi». La paura muove la società e mina l’idea stessa di welfare comunitario. L’allarme parte da Perugia, nel corso del convegno «nati con la legge 180. Reti per una comunità curante», organizzato nel bellissimo complesso monumentale Sant’Anna, dalla Fondazione onlus «La città del Sole» di Clara Sereni e Stefano Rulli. I rischi di un passo indietro nel tempo, a prima della 180, al ritorno «allo stigma», come lo definisce Flavia Franzoni, durante il suo intervento, sono piuttosto concreti. In Parlamento ci sono tre disegni di legge sulla riforma della 180. Guzzanti, Pdl, ne ha presentato uno per istituire ospedali psichiatrici umanizzati. «Una mostruosità», commenta Sereni. Ernesto Muggia, dell’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale, invece guarda con grande preoccupazione al Tavolo milanese:
«Il rischio è che creino lo psichiatrapoliziotto». E preoccupazione esprime anche Gianni Rognoni, dell’Istituto no profit Mario Negri: «Anche la valutazione della psichiatria, degli interventi e dei risultati si svolge in maniera lineare, cioè amministrativa, gestionale. La parte clinica è lasciata alla parte sintomatologica. In Italia si studiano i sintomi, spariscono i soggetti». Trenta anni dopo la legge Basaglia, che ha chiuso i manicomi, non è vero che è cessato l’allarme sul rischio emarginazione che ogni «normalità altra» continua a correre. «Nessuno sostiene che quella legge non sia perfettibile – dice Clara Sereni -, purché ne siano rispettati in profondità il senso e lo spirito: che è quello di contribuire ad una società nel suo complesso più sana e in quanto tale capace di accogliere chi ha più difficoltà a vivere». E dal quel senso e da quello spirito è nata «La città del Sole», rimettendo al centro degli interventi la persona, le affettività e la cura, non solo farmacologica. È nata anche grazie a Matteo, che convive da sempre con la malattia. Matteo ha trenta anni, è il figlio di Clara Sereni e Stefano Rulli. La battaglia ancora da vincere è l’affermazione di una «comunità competente», una collettività in grado «di superare lo stigma”.
La legge
«A 30 anni di distanza è perfettibile ma non ne va stravolto lo spirito», dice Flavia Franzoni Prodi . “Per far questo occorre che le politiche sociali si occupino di reti di solidarietà per creare un approccio diverso alla malattia mentale. Serve cioè una visione politica della società». Lo psichiatra Francesco Scotti, del Dipartimento di salute mentale della Asl Perugia 2, ritiene che servano due cose costose e una gratis per attuare un cambiamento vero. Quelle costose sono la formazione e le risorse di personale e mezzi. Quella gratis è l’accoppiamento funzionale tra queste due. «Ma costa moltissimo dal punto di vista politico, perché l’integrazione dei servizi è pura politica».
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Luigi Benevelli 2008: proposte di modifica della legge 180/78 forum salute mentale, Trieste, 19 novembre 2008 |
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Alcune premesse La prematura, rapida chiusura dell’esperienza del governo Prodi ha impedito il completamento del percorso che avrebbe dovuto portare nella primavera di quest’anno alla seconda conferenza nazionale per la salute mentale. Tuttavia il Piano Strategico 2008 per la salute mentale, vale a dire il lavoro del gruppo coordinato da Marco D’Alema è stato fatto proprio dalle Regioni italiane che quindi assai di recente hanno detto che non è necessario cambiare la legislazione in vigore. Restano forti squilibri fra le regioni, e dentro le regioni stesse, nei livelli di assistenza garantiti alla popolazione, come ha mostrato l’indagine presentata il 7 novembre dall’UNASAM a Bologna. Al voto di aprile il partito di Berlusconi si è presentato con un programma che prevede la «riforma della legge 180 del 1978 in particolare per ciò che concerne il trattamento sanitario obbligatorio dei disturbati psichici». E’ da attendersi che l’attuale maggioranza non possa però accettare che si ripeta l’esperienza della Burani Procaccini e che quindi voglia preparare le cose per bene ricercando il consenso fra gli operatori, gli psichiatri in primis, le famiglie e le loro organizzazioni.
Credo sia giusto considerare il valore e l’attendibilità delle proposte sin qui presentate alla luce delle considerazioni sopraddette. I testi con le proposte di modifica/abrogazione della 180 sinora presentate in Parlamento nel 2008 ignorano: - i progressi realizzati nella salute e nella qualità della vita quotidiana delle persone con disturbi mentali grazie al protagonismo loro (come dimostra il bel film di Claudio Bisio dal titolo obamiano Si può fare), e delle famiglie nel contesto dei servizi di psichiatria di comunità, - le indicazioni a livello europeo in tema di politiche per la salute mentale dal L ibro Verde, alla risoluzione Bowis del 2006, al recentissimo European Pact for mental health and well-being del luglio scorso.
******* Le proposte presentate sono per ora 2: la proposta Ciccioli alla Camera e la proposta Carrara al Senato. L a proposta Guzzanti (A.C. 1423) è stata preannunciata, ma non ancora depositata e disponibile. Pertanto il testo in circolazione, irricevibile e inaccettabile per la violenza del linguaggio, la brutale, incredibile riproposizione di «orgoglio manicomiale», è sempre smentibile e potrebbe anche essere un ballon d’essai lanciato per provocare e scaldare gli animi e verificare le reazioni piuttosto che una elaborazione attendibile ( il personaggio da polemista consumato non è nuovo a queste pratiche ).
La proposta Ciccioli (Pd L -AN) si presenta come integrazione/modifica piuttosto che abrogazione/sostituzione delle norme sull’assistenza psichiatrica del 1978. Dell’impianto vigente sono mantenute: · La titolarità del s.s.n. e delle Regioni per la tutela della salute mentale del cittadino, della collettività, ma anche della «famiglia» (al riguardo non è chiaro se la tutela riguardi tutte le famiglie – magari anche quelle composte da una persona sola- o solo quelle con un membro che presenti disturbi mentali e, in tal caso, che cosa ci si prefigga di fare); · La centralità dei Dsm nel lavoro di prevenzione, cura e riabilitazione di tutti coloro che soffrono di disturbi psichici di qualsiasi gravità e per l’intero ciclo di vita ( positiva quest’ultima indicazione se si considerano le odiose e immotivate –dal punto di vista clinico- prassi invalse, ad esempio in L ombardia, per le quali le persone ultra65enni in carico ai Dsm sono scaricate automaticamente nel circuito delle RSA) con il disegno quindi di un Dsm che si occupa anche di neuropsichiatria infantile, psicogeriatria, dipendenze patologiche oltre che di psicologia e psichiatria. Oltre a tali integrazioni (alcune delle quali richiedono il passaggio nella Conferenza Stato-Regioni, autonomie, specie in clima di “federalismo”), Ciccioli propone che : · i Dsm svolgano attività di prevenzione ( forse sarebbe meglio parlare di «promozione») della salute mentale in scuole, luoghi di lavoro, «ogni situazione socio-ambientale di rischio psicopatologico», quindi, pare di capire nelle carceri, nei campi rom, nei Cpt ecc. ; · i Dsm disegnati nell’ultimo p.o. nazionale 1998-2000 si occupino anche di «doppie diagnosi», vale a dire tossicodipendenze e handicap /disabilità psichiche; · i Dsm non ignorino le pratiche della medicina «psicosomatica» e di quelle «alternativa e complementare»; · gli ospedali sedi di Spdc si dotino di spazi riservati per l’«osservazione psichiatrica» da istituirsi presso i Dipartimenti di emergenza (Dea) e di équipes mobili per gli interventi di emergenza psichiatrica nelle aree metropolitane. Il cuore della proposta Ciccioli riguarda però nuove normative per i t.s.o.: · possono avere sede non solo negli Spdc, ma anche in «altri centri accreditati» (cliniche private, comunità terapeutiche ?) nonché al domicilio del paziente. Fra le giustificazioni del t.s.o. è inserito il criterio della «non coscienza di malattia»; · è prevista la possibilità di un ricovero coatto in attesa del t.s.o. presso il Dipartimento di emergenza (Dea), in osservazione per ragioni di necessità e urgenza della durata di 48 ore. Sostanzialmente pare trattarsi di una elaborazione dell’a.s.o.; · è previsto il t.s.o.p. (prolungato), della durata di 6 mesi prorogabili, senza il consenso del paziente, in strutture di lungodegenza accreditate. L a proposta di t.s.o.p. è redatta dallo psichiatra del Dsm; il ricovero in regime di t.s.o.p. è disposto dal Sindaco dopo approvazione da parte del Giudice tutelare. Sono previste «relazioni trimestrali» sull’evoluzione della situazione del paziente. L e limitazioni della capacità e della libertà di agire del paziente sono prescritte esplicitamente dal Giudice tutelare nel progetto di t.s.o.p.; · il t.s.o.p. può essere sostituito dal contratto terapeutico vincolante o «contratto di Ulisse», sottoscritto a suo tempo dal paziente. Il Dsm è responsabile del contratto terapeutico, del suo rispetto, nonché dell’adesione da parte dei curanti e del paziente (?). Ciccioli affronta anche la questione dell’assistenza psichiatrica negli Istituti di prevenzione e pena prevedendo che in ogni Casa circondariale siano presenti e operativi spazi ( e operatori) per il trattamento ambulatoriale, semiresidenziale e residenziale dei detenuti imputabili. Pare di capire, ma il testo non è chiaro, che gli Opg continueranno a funzionare come sono finché non sarà disponibile una rete di presidi sanitari (psichiatrici?) nelle Case circondariali. Ciccioli prevede poi l’integrazione (il termine andrebbe chiarito) delle attività di assistenza, formazione e ricerca dei Dsm con quelle dell’Università.
Osservazioni 1. Ciccioli vede lo psichiatra come il dominus incontrastato della scena perché può/deve disporre, decidere i destini di vita dei pazienti e delle famiglie (nello scenario delineato non compaiono mai squadre multi professionali di operatori, gruppi di auto aiuto, famiglie come protagoniste di progetti di salute – e non solo «vittime» dei propri congiunti folli, agenzie per il lavoro, la cultura, il tempo libero); 2. l’enfasi è posta su emergenza e urgenza, stati di necessità, situazioni quindi di grande allarme sociale, prima ancora che clinico cui dover provvedere con rapidità attraverso la coazione delle cure (farmacologiche). Quindi la proposta si occupa principalmente del controllo delle persone e dei comportamenti prolungato nel tempo, sia pure cercando di tenere separate le responsabilità della cura da quelle della custodia; 3. il Dsm diventa lo spazio in cui si concentrano tutte le forme e le tecniche di assistenza psichiatrica che dovrebbero provvedere al trattamenti di tutti i disturbi mentali, anche non gravi, di tutta la popolazione. Ciccioli (che viene dal mondo dei Sert e della criminologia) trasferisce nelle pratiche della psichiatria punti di vista e «pedagogie speciali» maturati dalla destra italiana negli ultimi venti anni nel mondo delle tossicodipendenze. In sintesi si potrebbe dire che egli propone come risposta efficace e universale da una parte la costrizione prolungata di chi non aderisce al progetto pensato da altri come ottimale per lui e dall’altra un modello medico p ater nalistico e manipolatorio che non tiene conto del ruolo centrale del paziente nel percorso verso la guarigione e il riscatto sociale; 4. manca qualsiasi cenno alla questione del rispetto della dignità dei pazienti (v. contenzioni).
La proposta dei senatori Carrara, Bianconi e Colli, anch’essa di modifica e integrazione degli articoli 33, 34, 35 della legge 833/78, si propone di snellire le procedure di ricovero e ristrutturare, in senso liberale (?), il sistema delle garanzie. Anche qui il lavoro si concentra quindi sul tso che: - è disposto dal Sindaco su proposta motivata di qualsiasi medico eserciti la professione in Italia; la convalida spetta al medico psichiatra del Spdc; - dura 30 di norma giorni prorogabili; - riguarda persone di cui siano certificati lo stato di malattia psichica (una dizione che lascia intendere l’inguaribilità, l’irrecuperabilità delle persone con disturbi mentali), il bisogno urgente di cure, l’indisponibilità delle persone a riceverle, ma anche qualsiasi persona ragionevolmente sospetta di versare in uno stato di malattia psichica che si «sottrae attivamente alla valutazione medica»; - il trasporto nell’ospedale generale è eseguito usando idonee ambulanze ; - può essere ospedaliero o extraospedaliero per trattamenti coatti di medio e lungo periodo domiciliari (obbligo di seguire un programma ambulatoriale o semiresidenziale disposto dallo psichiatra del Dsm) o riabilitativi-residenziali comunitari della durata di 6 mesi, prorogabili, - Il t.s.o. extraospedaliero è proposto e convalidato da due medici psichiatri del Dsm e disposto dal Sindaco e riguarda i pazienti che «per ragioni di malattia» si oppongono ai trattamenti terapeutici ritenuti per loro idonei. I t.s.o. extraospedalieri riabilitativo-residenziali si svolgono in Comunità terapeutiche accreditate con un numero di posti letto inferiori a 20; - Sono modificate anche le norme di garanzia che sono affidate al Giudice Tutelare che si avvale di una Commissione psichiatrica di garanzia composta da 2 medici psichiatri specialisti del Servizio sanitario regionale (allo scopo retribuiti) operanti presso un Ufficio di coordinamento dei medici di medicina generale (CMMMG) da istituire presso ogni AS L . I commissari di garanzia svolgono sopralluoghi, almeno annuali in caso di proroga di un t.s.o. extraospedaliero. Il paziente può nominare uno psichiatra di fiducia, come consulente di parte solo nel caso di sopralluogo annuale; - Se il t.s.o. riguarda «cittadini stranieri e apolidi» vanno informati il Ministero dell’interno e i consolati competenti.
Osservazioni È la proposta che più si avvicina alle indiscrezioni sul possibile testo Guzzanti (v. le idonee ambulanze, le disposizioni per cittadini stranieri e apolidi. È proclamato l’obbligo della cura; molto alta è la discrezionalità degli interventi di coazione che possono essere disposti quasi da chiunque; le garanzie sono scarse.
Note di commento
I testi presentati sembrano costruiti, piuttosto che sulla conoscenza di quanto succede nella realtà quotidiana dei servizi di salute mentale, a partire da quanto scritto nel primo comma dell’art. 33 della legge 833/78 Gli accertamenti ed i trattamenti sanitari sono di norma volontari, in risposta a cronache giornalistiche e racconti di delitti attribuiti a persone con disturbi mentali (al riguardo ritengo importante che i forum locali alimentassero il nostro sito con la documentazione dei resoconti locali). Ma anche nella magistratura stanno emergendo orientamenti preoccupanti: Pietro Pellegrini , psichiatra del DSM di Parma, commentando la sentenza che ha condannato il dr. Pozzi di Imola (reo di aver ridotto il carico di psicofarmaci ad una persona ospite di una comunità che ha ucciso un educatore professionale) segnala il fatto che le perizie erano affidate a psichiatri degli OPG (come se la psichiatria ospedaliera possedesse conoscenze superiori a quella di comunità) e una deriva dei servizi in direzione di una « psichiatria difensiva» (rispetto ai rischi della relazione con chi sta male e fa fatica a vivere) che porta inevitabilmente a : · abdicare alla funzione alla cura (= psichiatria come braccio della magistratura o della polizia); · più trattamenti coatti, evitamento delle situazioni più emblematiche e rischiose (e quindi minore tutela della comunità), più ricorsi al giudice, al carcere all’OPG; · una sicurezza (dello psichiatra) ottenuta tramite la coercizione del paziente. Ma, a mio avviso, l’operazione più insidiosa, quella che porta argomenti a chi vuole restituire tutto il potere sulla vita quotidiana e i destini dei pazienti psichiatrici ai medici, è rappresentata dal recentissimo libro La razionalità negata di Corbellini-Jervis, due studiosi e uomini di cultura che appartengono all’intellettualità laica «progressista». In particolare Giovanni Jervis è stato fra i protagonisti dell’esperienza di Gorizia, ha diretto quella del CIM di Reggio Emilia in dura contrapposizione col grande ospedale psichiatrico del San L azzaro, ha grandemente contribuito al rinnovamento della cultura psichiatrica e psicologica italiane introducendo i testi della psichiatria britannica e nordamericana. In qualche modo collocandosi dentro il percorso della riforma, con l’autorevolezza dei loro curricula Jervis e Corbellini accreditano una lettura della riforma del 1978 come la vittoria di una improvvisazione sconsiderata e di orientamenti velleitari ispirati all’antipsichiatria:
All’origine della legge non vi furono studi epidemiologici di sorta, né un’analisi dei dati disponibili sulla situazione dell’assistenza in Italia, né rapporti o inchieste sulle esperienze straniere, né previsioni di risorse e (soprattutto) di spesa, né il coinvolgimento degli assessori pertinenti delle amministrazioni regionali, né un dibattito qualsiasi – né in pubblico né fra gli esperti del ramo e neppure un minimo di con i numerosi studiosi che avrebbero avuto qualcosa da suggerire. (p. 145) Salvo poi affermare che Quella fu una legge di indirizzo, una legge quadro che lasciava alle singole amministrazioni regionali il compito di stabilire i modi della sua attuazione.
Corbellini e Jervis ignorano che la riforma psichiatrica si inserì nel quadro più generale dei nuovi assetti della sanità italiana affidata alla responsabilità delle Regioni e che una delle scelte di fondo fu quella di non fare una nuova legge speciale per la psichiatria. Oggi in Italia, se escludiamo i temi della devastante crisi economica mondiale in corso, due questioni sono al centro del dibattito politico nazionale: quella del federalismo e quella della scuola. Ritengo che i temi che ci appassionano possono trovare cittadinanza e interlocutori in questo contesto anche perché dobbiamo evitare che si sviluppi una discussione solo tra gli addetti ai lavori, in specie gli psichiatri, e bisogna aiutare e sollecitare consiglieri comunali, provinciali e regionali, oltre che i parlamentari nazionali a interrogarsi sulle mancate assunzioni di responsabilità del passato più recente. Se la promozione della salute mentale e il diritto alla salute mentale e a una buona assistenza psichiatrica sono, e almeno per noi lo sono, un problema di ordine nazionale, credo valga la pena di chiedere conto alle Regioni del lavoro da loro svolto in questi trent’anni per assicurare alla popolazione buoni servizi di salute mentale. Perché potrebbe essere che abbiano dimostrato di avere fallito l’obiettivo- in tale caso, provocatoriamente, si potrebbe indicare che siano i prefetti anziché gli assessori regionali alla sanità a garantire tali diritti. E poi Corbellini e Jervis (così come gli estensori delle proposte di modifica) non traggono le dovute conseguenze alla constatazione che nel nostro paese il problema della formazione del personale è stato sistematicamente eluso e che, prima e dopo la 180, l’Università non fu all’altezza del compito. Infatti, nel loro complesso, salvo rare eccezioni, le facoltà mediche e di psicologia, in questi trent’anni si sono disinteressate di quanto stava accadendo nel campo dell’assistenza psichiatrica e non hanno formato quadri con una preparazione competente ed adeguata col risultato che ciascuno ha dovuto, e deve, continuare a farsela «sul campo»: Se si vogliono affrontare seriamente i problemi della povertà di garanzie di buoni servizi di salute mentale in molte parti d’Italia, insieme al tema delle risorse, della qualità delle relazioni e dei trattamenti, del rispetto dei diritti di cittadinanza e della lotta allo stigma, bisognerà finalmente mettere a fuoco quindi, per riconoscerlo, il “buco” decennale di gran parte delle agenzie di formazione dei professionisti (medici, psicologi, infermieri, educatori professionali, personale ausiliario). È ora di sapere che cosa si è insegnato e si insegna in tali scuole. Il prof. Giacomini di Genova sostiene che fin dal 1904 la gran parte dell’Università italiana è assente, non porta attenzione e rispetto al sapere e al saper fare che maturano nel mondo dei servizi al cittadino portatore di disturbo mentale. Pertanto sarebbe utile promuovere una inchiesta sulle informazioni e sui contenuti trasmessi agli allievi nelle scuole di specializzazione post laurea, nelle lauree per infermieri ed educatori professionali, nei corsi per gli operatori dell’assistenza. Un aspetto infine da mettere in evidenza, perché costituisce una contraddizione specie nella proposta Ciccioli, è che le politiche di contrasto alle dipendenze patologiche sono regolate da più di vent’anni da una legislazione proibizionista e da pratiche ( e propaganda di pratiche e stili di trattamento) centrate sul ruolo di leadership carismatiche, su pedagogie molto severe nei confronti degli assuntori di droghe illegali. Senza riferimenti quindi agli approcci di tipo medico-biologico al disturbo mentale e del comportamento, proprio quel modello che è posto al centro delle proposte di modifica della 180. L ’assistenza psichiatrica, almeno a partire dagli anni del secondo dopoguerra, ha avuto una storia diversa rispetto alle pratiche salvifiche in uso nel trattamento delle dipendenze patologiche, escluse forse le pratiche che si rifanno a quella «terapia morale» che stava a giustificazione del manicomio e sinora i tentativi di discriminare per legge i pazienti sono stati respinti e gli orientamenti prevalenti sembrano ancora tenere ben presente il tema della promozione e della tutela dei diritti di cittadinanza. Esprimo quindi una forte preoccupazione di fronte alla proposta (ne ho sentito parlare da Angelo Fioritti a Bologna a nome della Conferenza Stato, Regioni, Autonomie) di mettere negli attuali DSM anche i SERT ( e il variegato mondo delle Comunità terapeutiche) senza un adeguato confronto sugli stili e le culture professionali. Forse oggi, fuori dalla discussione parlamentare che si prepara per il prossimo anno, possiamo evitare di limitarci a girare con la bandierina «giù le mani dalla 180» e individuare e interrogare molti dei responsabili delle difficoltà dei servizi di salute mentale che sinora sono riusciti a nascondersi. |
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