Uomo
Sei l’uomo della mia vita. Non potrò mai perderti. Non mi perderai mai. Ma potrai fare a meno di me.
Sei stato uomo per la prima volta al pronto soccorso dell’ospedale, quando stavo così male da non riuscire a parlare, da non risponderti più. La cosa peggiore per te, che hai sempre usato per agganciarti alle persone le parole, incapace di elaborarne l’astrattezza e perciò spesso invischiato in tiritere e litanie, per tenerti in contatto con il mondo.
Stavo male da ore, ogni tanto – a gesti – dicevo a tuo padre di andar via, di portarti via: perché in tutte le altre occasioni ero riuscita a evitarti i miei mali più seri, prevedendo e organizzando, mentre ora il rischio era arrivato senza avvertire, dunque tu ti trovavi spettatore di un malanno clamoroso, io gonfia come un otre, violacea, il collo come una colonna, la bocca tumefatta che mi impediva di parlare.
Rimanevate lì, perché c’era bisogno di tenere i medici sotto controllo, e perché tuo padre era troppo preoccupato per lasciarmi sola, aspettare almeno che il
peggio fosse passato, che gli assicurassero che ne sarei venuta fuori.
In quel tempo lungo di silenzio e di ospedale, avresti potuto reagire in più modi: per esempio perderti in una delle tue crisi di aggressività e sofferenza, oppure non vedere. Come con tuo nonno, al quale eri molto legato, e quando cominciò a star male tu via via prendesti le distanze, sempre più e sempre più finché non morì.
Potevi fare una di queste cose, sei riuscito a fare il figlio, l’uomo: riempiendomi di piccoli baci, rimboccandomi le coperte. Fino a quel momento ero stata solo io, a rimboccartele.
E la sera, quando tuo padre per smaltire la tensione si è lasciato un po’ crollare, sei crollato anche tu: uomini, insieme, a sostenervi l’un l’altro.
Sei diventato uomo con tante cure, tante attenzioni, tanta intelligenza, tanti progetti, tanta protezione: perché il mondo con quelli come te aguzza i denti, e non era possibile gettarti in pasto ai lupi senza scudo, senza cinture di salvataggio. Che erano e restano anche le tue litanie, i soliloqui come deliri, le catene di parole.
Inutile chiedersi se ti ho, se ti abbiamo protetto troppo: i genitori sbagliano sempre, forse noi abbiamo sbagliato perfino un po’ meno di altri. Però quel giorno, quando sono stata costretta a ritrarmi come mai prima si è creato uno spazio, e quello spazio tu sei stato capace di occuparlo: da adulto, capace di prendersi cura. Ho capito allora che ero libera anche di morire, ed è stato riprendermi un pezzo di me che ti avevo sacrificato, non senza fatica.
Anche lo spazio della musica lo abbiamo riconquistato per caso. Da piccolo ti ho cantato tanto, per pla-
carti e tenermi sveglia; dopo, per anni anni e anni la musica è stato l’elemento che, legandoci, ci faceva nemici: la tua ossessione più drammatica, bastava che vedessi il fodero di uno strumento musicale per andare in pezzi, letteralmente, e ci voleva tempo, e pazienza, e tanta forza, per rimetterti insieme. La mia chitarra, in tutti quegli anni, è rimasta in un armadio, invisibile, e con lei la mia voce, tutte le canzoni che sapevo.
Poi c’è stato il compleanno di tuo padre, e qualcuno ignorando le tue fobie ha intonato la canzone degli auguri. Ero pronta a fronteggiare la tua crisi, le mani a tapparti le orecchie, gli urli con cui sempre hai coperto quanto ti era intollerabile. A sorpresa, per tuo padre hai mosso le labbra, con un filo di voce hai cantato anche tu, e poi hai chiesto a me altre canzoni: quella che racconta la tua nascita, per esempio, e hai accettato di ripeterla con me, un verso per uno, ma poi anche qualche parola, insieme. La memoria dell’affetto non ti ha tradito, ricordavi ogni parola, e quando le cambiavi erano le tue le più giuste.
Non più groviglio inestricabile, non più confusione intollerabile, la musica è tornata fra noi, finalmente separati, finalmente persone: ciascuno con il proprio fiato, il proprio respiro, a fischiare insieme Cinquecento catenelle d’oro.
Dopo, quando una volta mi hai chiesto tu di prendere la chitarra, di estrarla dal fodero e suonarla, la mia voce è tornata a essere un piacere, anche se cantavo piano per precauzione.
Forse ti sei accorto che la coppia stava rompendosi prima che noi ne fossimo consapevoli: quella volta che mi chiedesti, senza ammiccamenti e senza drammi,
quando tuo padre avrebbe fatto le valigie. E^ra ancora presto, rimasi senza parole e non mi sembrava possibile.
È stato il tuo modo di dargli il via libera, di dire che eri abbastanza grande e forte da reggere. Purché non ti si tirasse in mezzo, purché ti garantissimo i punti fermi che ti spettano.
Da un’infinità di anni io e te non potevamo stare da soli se non per un tempo breve, garantito da presenze disponibili in ogni momento. Nella primavera della separazione, per la prima volta io e te abbiamo fatto dei grandi giri in macchina, ore e ore fra il Trasimeno e le colline: a cercare insieme i fiori che non avevi mai accettato cogliessi, a vedere la neve sui monti, a scoprire il lago dall’alto e le isole. E quando malgrado ogni controllo mi si inumidivano gli occhi, o lo sguardo mi si perdeva, mi davi un bacio e dicevi: ti voglio bene, ti voglio molto bene. E anche questo era nuovo. Fra tanto dolore una gioia grande: e se pure ero io a guidare, eri tu a tirarmi fuori da me, e farmi vedere la bellezza, la vita che rinasceva dopo il gelo e l’inverno.
Negli anni in cui non era possibile che ti toccassi, l’unico contatto fra noi era “la strizzatina”: tu a letto, avvoltolato come una mummia nelle coperte che ti immobilizzavano, e io in piedi, alla dovuta distanza, che ti mettevo le mani sopra, e spingevo. Un modo per farti sentire che c’ero, e insieme mantenere la distanza che ti era necessaria. Non potevo baciarti, non potevo abbracciarti, non potevo darti la mano: dopo una tua crisi peggiore di altre, mi avevano spiegato che non potevo permettermi di essere in alcun modo seduttiva, avevo capito benissimo cosa significasse, e avevo tratto le dovute conseguenze.
Adesso, quando mi chiedi di darti una strizzatina, vuol dire che io ti abbraccio, tu mi metti la testa nel cavo della spalla e poi mi abbracci anche tu: talvolta un po’ rigido, e bisogna che io ti inviti a stringermi. Posso farlo, succede che ci scambiamo tenerezza e nient’altro: niente bufere, niente confusioni. Perché siamo due, finalmente.
Capita perfino che dormiamo, soli nella stessa casa: e sei tu a darmi il bacio della buonanotte, ad andartene a letto senza di me, a darmi un viatico per le mie notti, forse ora più difficili delle tue.
Le coppie forti – e quella di cui ho fatto parte è stata senza dubbio una coppia forte – quasi escludono i figli, che restano fuori dal cerchio magico dell’amore e della comunicazione: anche quando dei figli ci si prende cura fino allo spasimo, anche quando sono costantemente in cima a ogni pensiero.
Ho pensato, forse solo per consolarmi, che lo spezzarsi del cerchio magico, la catastrofe che ha rischiato di spezzarmi la vita, abbia aperto per te la possibilità di occupare uno spazio fino allora impenetrabile: costa sofferenza anche a te, e tanta, tutto quel che è accaduto, quel che continua ad accadere e durerà ancora chissà quanto, perché ci vuole molto a finire, per un rapporto così. Soffri ma non vai a pezzi, soffri perché qualcosa si perde anche per te ma puoi vivere, restiamo nel bene e nel male i tuoi genitori e quando ci succederà di morire non ti perderai, non morirai con noi.
Uomo negli abbracci e quando per la strada buia mi accompagni a casa, uomo seduto accanto a me sul letto o al ristorante, da te vorrei che mi facessi nonna: una speranza lunga, un cammino quasi impossibile.
Ma di cose impossibili ne hai già fatte molte: puoi continuare a farne, con me e senza di me.
Clara Sereni, Il lupo mercante, Milano, Rizzoli, 2007
Sono pagine lucide e emozionanti, molto diverse dal racconto che fa Stefano Rulli dell’evoluzione di Matteo
ne’Il silenzio particolare’. Qui la dolorosa materia del racconto è motlo controllata, in qualche modo piena di speranza per i progressi del figlio;, ma fa anche avvertire, con molta discrezione, il dolore sotteso a questa esperienza che ha cambiato la vita della scrittrice. E’ una donna che scrive e quindi molto più legata ai piccoli gesti di mutamento, ai lenti passi che il figlio va percorrendo. E’ anche il risultato di un progetto relizzato e efficace. Tutto viene detto con molto understatement, ma con forte efficacia
Oggi, mentre ero in macchina, pensavo: si ringrazia Dio per averci dato la vita ma io oggi lo voglio ringraziare per avermi dato un’anima.
Corpo= ragione, logica, razocinio,
mente,intelletto,calcolo…
Anima= irrazionale, illogica, sensibile,segue le sue regole, quelle che detta il cuore, è indifferente alle ragioni della mente, va per la sua strada, si nutre solo d’amore.
E cosa c’è di più irrazionale, illogico, folle dell’amore?
l’AMORE è gratuità…non calcola, non ha confini, non finisce con la morte, supera noi stessi, è pienezza di vita….
L’anima è amore, Dio, che mi ha dato un’anima, è amore infinito. E’ inutile cercarLo con la mente perchè si lascia trovare con il cuore.
Grazie Dio, per avermi amata tanto da darmi un’anima.
P. S. Volevo condividere con qualcuno queste mie riflessioni, me le hanno ricordate la lettura appena fatta ” Il lupo mercante”
La situazioni importante come questa, descritta splendidamente perchè uscita da un cuore pensante e amante, mi ha fatto riflettere ancora una volta che ciò che ci sembra irraggiungibile, viene raggiunto quando un ‘qualcosa’ accade. Un ‘qualcosa’ fuori dalla nostra logica.E questo è molto bello. Dopo tanto dolore e tante domande, appare un quid che è liberatorio. E si comincia a respirare più liberamente. La fatica non è finita, ma la strada è aperta. Si può andare avanti più leggeri, tutti.