Foucault e Basaglia (Di Vittorio)

 

Foucault scopre, infatti, che la sua filosofia, i suoi libri restano muti e vuoti senza quei movimenti di base che, rimettendo praticamente in discussione campi specifici co­me la psichiatria o la giustizia, rendono possibile un’analisi concreta del potere. Basaglia, invece, scopre che il suo tentativo di riforma psichiatrica è e resterà un fuoco di paglia fino « quando la negazione del manicomio non verrà vista come un aspetto settoriale di un pro­blema che riguarda la società intera. Insomma, in questo libro si cer­ca di analizzare la strana e sorprendente somiglianza tra idi filosofia storica di Foucault e la sperimentazione storica di Basaglia, al cui fon­do c’è la scoperta di quanto i loro gesti fossero – entrambi e ciascu­no a suo modo – fatalmente insufficienti a far emergere a livello so­ciale la questione psichiatrica. Due intellettuali diversi che, seguono percorsi autonomi, sono giunti simultaneamente sulla soglia detto stesso limite: perché una società cominci a interrogarsi sul suo rap­porto con la follia (e quindi su se stessa) non basta un discorso filo­sofico, né un lavoro pratico. Foucault e Basaglia scoprono che da so­li… non basta! Questa è la crisi del ruolo dell’intellettuale che si ma­nifesta a cavallo tra gli anni ’60 e 70. L’intellettuale si scopre dimez­zato. Non bisogna però precipitarsi a vedere in questa crisi l’origine o la causa della nostra frustrazione attuale. Al contrario. Oggi gli in­tellettuali sono tornati ad essere “interi” ed è piuttosto di questa ap­parente invulnerabilità che essi soffrono. Sono, siamo intellettuali ad una dimensione. Che cosa accadrebbe, allora, se scoprissimo che la crisi di Foucault e Basaglia è anche ciò che ha consentito loro di su­perare la separazione tra la teoria e la pratica? E che ciò ha contri­buito a trasformare il nostro rapporto quotidiano con la follia e con noi stessi?

(Introduzione. 1. La crisi degli intellettuali)

(…)

Bisogna inoltre prendere atto che una legge, in Italia, non soltan­to ha sancito la distruzione dell’ospedale psichiatrico, promuovendo un’assistenza psichiatrica alternativa, ma ha anche modificato, e radi­calmente, l’immagine sociale della follia. Tuttavia, la legge 180, come ogni legge, non è al riparò dai tempi e,, di conseguenza, è necessario andare a vedere tutto ciò che, nella sua curva ventennale, ha trovato sul proprio cammino. Penso innanzitutto, nel contesto della cosid­detta crisi del welfare, all’aziendalizzazione della sanità pubblica e d­alla cesura in ciò che si chiamava sinteticamente, fino a qualche tem­po fa, il “sociosanitario”. Oggi la sanità pubblica predetermina la do­manda sanitaria di base a budget e centri di costo, mentre tutto ciò che non attiene direttamente alla cura e riguarda l’integrazione socia­le (casa, lavora, ricostituzione di feti relazionali), viene delegato al privato, più o meno sociale. Oltre al fatto che il privato sociale sta diventando l’accogliente zona grigia in cui si istituzionalizza una par­te del precariato, è interessante notare che, in questa zona grigia dove viene resa precaria e imbrigliata la possibilità stessa di un’autono­mia e di un’intelligenza sociali, il pubblico e il privato trovano un terreno molle, una zona franca in cui agire a piacimento e in piena impunità: il pubblico può agire come se fosse un privato cittadino e  il privato può gestire come se fosse un ente pubblico.

Detto in maniera più franca: in primo luogo, i partiti possono amministrare, direttamente nel tessuto sociale, i propri interessi politici ed economici, attraverso le grandi lobbie dell’associazionismo e del cooperativismo. Questa non è una novità, ma il problema è che, considerando le potenzialità di sviluppo del “mercato sociale”, si aprono nuovi orizzonti. In secondo luogo, gli enti o i servizi pubblici posso­no recuperare risorse politiche ed economiche (di cui non dispongo­no più direttamente, a causa dell’arretramento complessivo dello Sta­to come soggetto di prestazioni sociali), colonizzando il privato so­ciale: controllando, talvolta manipolando le associazioni e le coopera­tive attraverso una forte ingerenza, tanto ideologica quanto direttiva, nella gestione dei servizi sociali per i quali queste ricevono finanzia­menti o compensi. In terzo luogo – e questo è anche l’unico spettro che di solito viene evocato, a sinistra – il signor de Paperoni apre una catena di magnifiche cliniche private, spacciandosi per privato socia­le quando non è possibile convenzionarsi come semplice privato.

In conclusione, l’aspetto più preoccupante della faccenda mi sem­bra il seguente: la guerra ideologica tra pubblico e privato – come accade ogni volta che si ricostituisce una scena antagonistica, binaria e la politica prende la forma di uno scontro finale — determina una bellicosa e cieca alleanza tra il pubblico e il privato, tanto più ostili sul piano ideologico, quanto più fraterni nell’assunzione incondizio­nata del paradigma “economico”. Questa è forse la nuova frontiera istituzionale, una frontiera tanto più difficile da varcare in quanto non si tratta di una soglia, bensì di un nodo che stringe le società nella morsa di due modelli antagonistici di governo economico. Ricordiamo quanto sia stato difficile sciogliere il nodo giuridico – scientifico del manicomio. La difficoltà dunque resta, ma il manicomio si [progetta forse altrove e diversamente.

Torniamo alla vulnerabilità scoperta, oggi, da chi ha fatto l’espe­rienza di Trieste. La difficoltà, se non l’impossibilità, è proprio quel­la di comunicare – non soltanto in Argentina, ma anche in Italia, an­che a Trieste – qual è stata e qual è ancora la scommessa di una psi­chiatria che, distruggendo il manicomio, ha determinato un vuoto di legalità e di moralità e reso necessaria una riforma radicale del siste­ma psichiatrico. Come trasmettere dunque l’improbabile possibilità – una possibilità che, tuttavia, a partire da ciò che è accaduto in Ita­lia, si dimostra un po’ meno improbabile – di una psichiatria che fa l’esperimento di disarcionarsi dal proprio luogo, al tempo stesso isti­tuzionale e scientifico? Come s’insegna questo sgambetto, che ha po­tuto trascinare la gente in una serie di capriole, certo rischiose, pro­blematiche, ma anche piene di domande, d’intelligenza? Come s’in­segna ad essere maldestri, a mettere un passo falso, a inciampare fuo­ri del collaudato battello del manicomio e della scienza psichiatrica, a ritrovarsi in mare aperto, senza punti di riferimento? Come s’invita, dunque, a partecipare a questo gioco in cui si rischia molto, dal mo­mento che è in gioco l’identità stessa, la garanzia e la legittimità del proprio ruolo e del proprio discorso? E, soprattutto, come s’invita a partecipare se non si riesce a comunicare che in questo gioco a per­dere c’è anche la chance di guadagnarci qualcosa, e se non si riesce a indicare che cos’è questo qualcosa? Questo qualcosa, infatti, è la scommessa racchiusa in ciò che è accaduto in Italia fra la distruzione del manicomio e la legge 180: è la “quotidianità”, difficilmente co­municabile come ogni quotidianità, della psichiatria italiana.

(Introduzione. 2. La vulnerabilità della psichiatria italiana)

(…)

A proposito del rapporto tra cittadinanza e crisi della città, si può fare riferimento a La nave che affonda, dove Basaglia dice:

Chiediamoci […] che cosa significa che i pazienti di Pirella ad Arezzo, o i miei a Trieste, vadano in giro per la città […]. La collettività ha accettato questa situazione o c’è una crisi in atto nella città? La crisi cioè che noi abbiamo suscitato denunciando una istituzione psichiatrica non più adeguata e imponendo, forse in maniera giacobina, elitaria, una nuova situazione t nella quale il malato può far sentire la sua voce ed avere una relazione con qualsiasi persona della città.”

(Capitolo IV. Follia e malattia mentale: un nodo epocale 4. Un pazzo in città)

(…)

Orbene, dall’opinione comune – che una certa stampa nutre senza mai di­stinguere la “follia” degli stati acuti ma passeggeri dalla “malattia menta­le”, che è un destino – il folle è considerato immediatamente un malato mentale, e chi dice malato mentale intende evidentemente malato a vita e, di conseguenza, internabile e internato a vita: Lebenstot, come hanno det­to così bene i giornali tedeschi (Althusser)

(…)

Sia Foucault che Basaglia, con strumenti e modalità diversi, hanno insistito costantemente su questo punto; tutta la storia della psicologia e della psichiatria si fonda sull’esclusione e sull’assoggettamento della follia. Perciò, nonostante tutte le differente, non si può parlare di una psichiatria migliore e di una peggiore, di un approccio più scientifico o più umano di un al­tro. Per la semplice ragione che dal positivismo alla psicoanalisi e all’antropofenomenologia, ciò che caratterizza il discorso sulla malattia mentale è il suo lasciare comunque intatta l’istituzione dal momento che senza l’istituzione non ci sarebbe il dominio di un sapere sulla follia. L’unico discorso psichiatrico possibile è dunque quello che, rom­pendo l’assoggettamento della follia, rischia di lasciarsi colare a picco con tutte le sue certezze scientifiche insieme all’istituzione.

È questo in fondo il punto di maggiore contatto tra Foucault e Basaglia, e che ne fa due voci pressoché uniche; con loro s’incrina il monologo della ragione, e la follia uscendo dal silenzio dell’esclusio­ne, ricomincia a reclamare la sua parte di storia. E la domanda che rimpalla implacabilmente sino a noi, i contemporanei, è la seguente: che ne è oggi di questa precisa posta in gioco e del mondo che l’ha resa possibile in tutta la sua inquietante generalità?

(Capitolo IV. Follia e malattia mentale: un nodo epocale. 5. Althusser, strano testimone)

(Pierangelo Di Vittorio, Foucault e Basaglia. L’incontro tra genealogie e movimenti di base, Verona, ombre corte edizioni, 1999)

 

 

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