Trent’anni dopo (Dell’Acqua)

Franco Basaglia

“Ho conosciuto Gerico, ho avuto anch’io la mia Palestina, le mura del manicomio erano le mura di Gerico e una pozza di acqua infettata ci ha battezzati tutti”. Così canta la strofa iniziale de La terra santa di Alda Merini, la poetessa milanese che a trent’anni dalla legge 180, che ha dichiarato la chiusura dei manicomi, è il simbolo di chi ha attraversato quella malattia non più segregata in ospedali psichiatrici.
Era il 13 maggio 1978, anno di trasformazioni e turbamenti, quando la legge “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, meglio nota come legge Basaglia, dettò le basi di una rivoluzione culturale e medica, cominciando a considerare la follia come una condizione umana, non come una forma di diversità da recludere. E quindi bandendo i manicomi come luoghi di contenimento fisico, dove applicare ogni metodo di contenzione e pesanti terapie farmacologiche e invasive. Ai pazienti fu riconosciuto il diritto a una vita dignitosa, a un inserimento nella società, seguiti e curati da apposite strutture territoriali.

Ma oggi, a trent’anni dalla legge Basaglia, sono state attese le speranze e gli obiettivi la cui attuazione era affidata alle singole Regioni? Panorama.it ne parla con Giuseppe Dell’Acqua, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste, la città guida nella strada dell’applicazione della legge, dove per anni lavorò Franco Basaglia, il promotore del cambiamento. Dell’Acqua vive e opera a Trieste da più di 35 anni e dal ‘71 ha lavorato con Basaglia. Suoi i libri Non ho l’arma che uccide il leone e Fuori come va? Famiglie e persone con schizofrenia.

Dottor Dell’Acqua, trascorso ormai un trentennio, la Basaglia è oggi una legge matura o ancora giovane?
Da una parte è una legge del futuro, ha anticipato molto i tempi. Ha posto la questione dei diritti dei cittadini: si tratta infatti di una restituzione di diritti e costituzionalità a cittadini che non erano più tali, internati. Il legislatore si è chiesto se quei cittadini fossero come gli altri, con la stessa dignità, come detta la Costituzione (Articolo 32 della Costituzione, ndr). In questo senso è del futuro, perché restituisce la cittadinanza, che è un problema anche dell’oggi. Norberto Bobbio la definì “l’unica vera legge di riforma del nostro paese”. Poi altro è dire che i servizi nelle varie regioni sono o non sono sufficienti.

Come hanno risposto le istituzioni alla Basaglia?
La legge 180 anticipò il regionalismo, era una legge quadro che demandava l’attuazione alle Regioni. E qui c’è uno dei primi intoppi: ci sono state Regioni, tipo il Friuli Venezia Giulia, che fecero subito una legge regionale di risposta, altre, come la Puglia, che ci hanno messo vent’anni. Da qui una certa disparità territoriale.

È cambiata la concezione della malattia mentale?
Il cambiamento sostenuto dalla legge vuole che nei luoghi psichiatrici gli psichiatri diventino terapeuti, avvicinando la loro figura a quella dei medici. E da allora è aumentato di molto il numero di psichiatri e psicologi. Ma in fondo la cultura psichiatrica non è cambiata. Non è cambiato il modo di vedere il malato da parte degli psichiatri. Ma è cambiato da parte dell’opinione pubblica: lo dimostrano la vittoria di un
Simone Cristicchi al festival di San Remo, e il fatto che migliaia di persone con problemi mentali oggi vivono in società, sono sposati, guidano, lavorano in cooperative sociali… Quando a Franco Basaglia chiesero se fosse più interessato al malato o alla malattia, lui rispose “al malato”. È questo il cambiamento: vedere le persone, non le diagnosi. Salvaguardare il patrimonio umano. E gli psichiatri ancora non lo fanno.

Ma le strutture alternative ai manicomi sono sufficienti?
Negli ultimi cinque-sei anni, i risultati sulle strutture di ricovero, i servizi psichiatrici di diagnosi e cura e i centri di salute mentale sono estremamente rassicuranti. Il problema non è la quantità di questi servizi, ma la qualità. Oggi gli psichiatri danno molto peso all’acuzie e quindi ai farmaci e al ricorso alle porte chiuse e alla contenzione, con le comunità che finiscono per essere luoghi di raccolta del fallimento della psichiatria. Se invece ci sono servizi attivi e funzionanti, con centri di cura aperti notte e giorno, allora non c’è il momento della contenzione, e si riduce il ricorso al TSO (
Trattamento Sanitario Obbligatorio). Si tratta di prevenire ed essere vicini al malato. Al contrario, quella psichiatria che non cambia annienta il senso della sofferenza delle persone, quando invece i sentimenti restano uguali per tutti, malati e non, una malinconia rimane una malinconia, non tutto diventa sintomo.

Crede sia necessaria una riforma della legge Basaglia?
Mettere mano alla 180 è inutile, ridurrebbe i diritti dei cittadini ma non aumenterebbe la qualità dei servizi. Il problema è la quantità delle risorse disponibili e la qualità dei servizi. Negli ultimi trent’anni, le Univeristà hanno cambiato poco o niente nell’insegnamento psichiatrico. Non me la prendo con i politici, ma con gli psichiatri.

Qual è la situazione oggi dei famigliari dei malati?
I famigliari e le persone con disturbi sono diventati protagonisti. E noi dobbiamo sempre più considerarli cittadini, nel loro percorso di protagonismo. Quindi dobbiamo costituire delle modalità di inserimento, delle situazioni di vita comunitaria, formare altre figure professionali (infermieri, educatori…) in modo adeguato, sostenere le famiglie, spingere ad attività sportive… Curare la malattia mentale grave presuppone di dover mettere in atto le cose normali del vivere, ma in maniera calibrata per i malati.

Lei e Trieste siete un po’ gli eredi di Basaglia…
Trieste è il punto di riferimento e di formazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il nostro strumento è stato, dal ‘75, la costituzione del dispositivo del Centro di Salute Mentale, aperto 24 ore su 24. Ce n’è uno ogni 60 mila abitanti, con equipe ben strutturate che seguono tutto sul dato territorio. Non abbiamo una persona in manicomio giudiziario, e il numero di TSO è ridicolo, sei per centomila abitanti. La spesa che abbiamo è la stessa della Lombardia. Ci sono alcune culture psichiatriche che ritengono che quello che si fa a Trieste sia possibile solo a Trieste. Ma non è così. La resistenza viene dalla lobby psichiatrica.

 Intervista di Simona Santoni, Il bilancio dell’erede di Basaglia a trent’anni dalla legge che chiuse i manicomi, Panorama, 7 maggio 2008

Una Risposta

  1. Vorrei segnalarvi al propositoil sito degli operatori Nursing in movimento che questo mese ha pubblicato un interessante articolo. Potete consultarlo cliccando il link:
    http://www.nelmovimento.org/savar/08-3%20savar/fuoritudine.htm

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