Un silenzio particolare (Rulli)

Un film di Stefano Rulli. Con Matteo Rulli, Stefano Rulli, Clara Sereni, Giorgio Arlorio, Monica Barranco, Nicolas Barranco, Paolo Beccantini. fot. e riprese Ugo Adilardi. montaggio: Clelio Benevento, Lorenzo Macioce. musica: Carlo Siliotto. produzione: Paneikon. distribuzione: Mikado. Genere Drammatico, colore,  durata 75 minuti.

Tullio Di Francesco http://www.16noni.it/cinema/2005/un_silenzio_particolare.htm          Indistinta landa mentale percorsa dal malato psichico, dalla quale difficilmente egli si allontanerà per cercare aiuto e alla quale quasi mai il cosiddetto “sano di mente” giungerà per portare soccorso. Matteo è uno di “loro”, ventiquattro anni e uno sguardo tondo sul mondo; Stefano è colui che si è messo in testa di riuscire ad arrivare a Matteo, di farlo in qualche modo rispecchiare nel suo stesso sguardo tondo, per vedere di provocare una reazione e frantumare un’incolmabile distanza. Combinazione vuole che Stefano sia Stefano Rulli, regista e apprezzato – per lo più con Sandro Petraglia – sceneggiatore italiano (Matti da slegare, Mery per sempre, Il muro di gomma, Pasolini un delitto italiano, I piccoli maestri, Il portaborse, Il ladro di bambini, La meglio gioventù, La tregua, Le chiavi di casa), e che nei suoi film la “diversità” è un sintomo mai marginale di questo mondo: Matteo, invece, è suo figlio. Così, quello che doveva nascere come video promozionale della “Città del sole” – esperienza messa in piedi da Rulli con la moglie scrittrice Clara Sereni: trasformare una tenuta agricola in un rifugio per giovani con problemi psichici e i loro famigliari – diventa, per un’inaspettata e curiosa volontà dello stesso Matteo, un racconto in prima e, indirettamente, anche terza persona sull’inconsistente differenza tra sanità e malattia.

Girato in digitale con quella che solo sbagliando si potrebbe scambiare per adesione agli stilemi del cinema-verità e seguito con molto interesse all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (anche dallo stesso Matteo che si è potuto rivedere sullo schermo), Un silenzio particolare è uno dei film italiani più importanti degli ultimi tempi. Non è una questione meramente retorica, ma qui siamo di fronte ad un obiettivo che – salvo alcune eccezioni di cui diremo dopo – si disintegra in quanto filtro tra finzione e realtà; in cui gli “interpreti” hanno sempre una loro innata “innocenza” anche quando sono di fronte al ricordo filmato di una loro amica scomparsa durante le riprese; in cui si comprende che il confronto tra i cosiddetti “sani” e i cosiddetti “matti” deve sempre essere alla pari, altrimenti si finisce per mancare loro di rispetto e se ne perde la fiducia; e in cui il divario tra questi due mondi perde inesorabilmente senso perché, come dice mamma Clara, i sogni sono involucri impacchettati ad uso e consumo della società consumistica ed è bene che rimangano confinati ad essa, mentre l’utopia è un desiderio realizzabile per qualcosa di cui si sente il bisogno, ed è giusto andare avanti per realizzare queste utopie, le quali spesso non necessitano né di retorica né di eroi senza macchia e senza paura per realizzarsi.

Allo stesso tempo il film di Rulli è molto lontano dall’essere un mero filmetto famigliare. Meno spontaneo di quanto possa sembrare a prima vista, il film a volte mette in scena una regia consapevole e “costruita”: l’attenzione alle riprese attraverso gli specchi (presenti più di una volta) devono sicuramente avere un loro preciso significato, così come i momenti in cui l’obiettivo si fa più riflessivo e staglia Matteo nella sua solitudine, lontano dalla partecipazione con gli altri (magari dentro e fuori un cancello che diventa quasi metaforico), e il finale che gioca su un’impennata della suspense con le parole del padre che si ricollegano al titolo. Ma, a molti anni di distanza da Matti da slegare, Un silenzio particolare ha perso quella sovrastruttura ideologica che tendeva ad identificare i buoni e i cattivi, e si fa semplicemente resoconto dolente di un padre e di una madre nei confronti di un figlio che, se astraiamo per un momento il contesto in cui ci troviamo, potrebbe essere universalmente un figlio come tutti gli altri.

 Silvana Silvestri Il Manifesto
Le parole che compaiono sulla locandina di Un silenzio particolare potrebbero essere uno dei commenti migliori di questo importante film dalla forma di diario. Parole e persone sono i grandi antagonisti di questa storia vera, racconto di famiglia che deve essere costato non poco mettere in scena in valore emotivo. Stefano Rulli, sceneggiatore di buona parte del cinema italiano degli ultimi trent’anni, da Matti da slegare alla Meglio gioventù a Le chiavi di casa, l’ultimo film di Amelio è la voce narrante che accompagna il figlio nell’agriturismo in Umbria, «la Città del sole», che lui stesso e la moglie, la scrittrice Clara Sereni hanno voluto per accogliere chi come il figlio ha bisogno di un sostegno e un affetto che sembra superiore a ogni umana possibilità. Le parole, tanto amate dai genitori tanto da farne il loro lavoro, si rivelano inutili, non sono più un mezzo di comunicazione condiviso. L’unica forma di discorso diretto, si vedrà è solo l’affetto costante e smisurato. Eppure Rulli non demorde e sia con la voce fuori campo, sia nel dialogo con Matteo, sostiene una impari lotta poichè il linguaggio del figlio va molto oltre per la percezione più allargata. Lo si capisce dal timore dell’incontro con la madre (l’affetto insostenibile), dal complesso rapporto con gli amici che respinge, fino a far capire che lui accetta quel video che si sta girando su di lui. Non è certo un piccolo film familiare, ma un grande film di formazione, quella lunga e complessa degli adulti verso sfere più alte di consapevolezza. Rulli torna alla regia dopo vent’anni quando nel film Matti da slegare (1975) realizzato con Bellocchio, Petraglia e Agosti, si portarono le prove che la tesi di Basaglia sulla chiusura dei manicomi apriva una nuova era. Il film finiva con una festa, come inizia con una festa Un silenzio particolare. «C’è voluto un lungo viaggio per accettare di portare sullo schermo me stesso, Clara e mio figlio Matteo» ed è stato proprio il figlio, dice, a far capire chiaramente di essere pronto a raccontarsi. Un film capace di accogliere tutto il pubblico come in un abbraccio.
Da Il Manifesto, 19 Febbraio 2005

Aldo Fittante Film TV
Uno sguardo che scardina. Un dolore soffocato dall’amore. una dolcezza che ti rimette al mondo. Le emozioni non hanno voce in questo straordinario Silenzio particolare, ma urlano con gli occhi di Matteo e con la scandalosa tenerezza di Stefano Rulli e Clara Sereni, i suoi generosissimi, pudichi genitori. Uno sceneggiatore che il destino ha voluto intimo con i misteri della follia, prima in campo artistico e poi – come fosse costretto in un’ineluttabile coerenza – nell’ambito familiare. Una moglie, una mamma, una militante politica e soprattutto una scrittrice, Clara Sereni, che da lontano ama come solo una madre attaccata al suo cucciolo. È un ragazzo, che oggi ha quasi 25 anni, avvolto in un male oscuro, che gli ottenebra i pensieri o almeno ciò che ai “normali” paiono i pensieri.

Lietta Tornabuoni La Stampa
Un silenzio particolare» di Stefano Rulli è un film non soltanto intenso e bello, ma prezioso: insegna a conoscere il modo di vivere delle persone con problemi psichici (affetti da autismo, parrebbe; ma nessuna malattia viene nominata); insegna la maniera rispettosa, affettuosa e attiva con cui queste persone debbono essere trattate per sentire meno il vuoto, l’abbandono, l’angoscia; insegna il coraggio, l’intelligenza, la tenerezza e la pazienza con cui i genitori possono affrontare il destino proprio e del figlio. La scrittrice Clara Sereni e lo sceneggiatore Stefano Rulli hanno avuto un figlio ora ragazzo, Matteo, con problemi psichici: con grande forza d’animo, generosità e bravura, mettono in scena la loro piccola famiglia e gli amici in difficoltà, spesso giovani, che si ritrovano per le vacanze, le feste, i matrimoni, nei casali della Country House nella campagna perugina della Fondazione «La città del sole» da loro ideata. Raccontano un mondo speciale, dove per fortuna mancano il buon senso, la ragionevolezza, l’egocentrismo, mentre non mancano la musica, la gaiezza, l’estro. Persone dalle facce alterate si lamentano, recitano versetti, cantano, ballano, ridono incongruamente, parlano spesso in modo incomprensibile oppure tacciono. C’è sempre qualcuno che si stringe in un angolo, muto, con gli occhi vuoti. Matteo Rulli, che non abita con i genitori ma con due amici, appare all’inizio nei film domestici piccolino con lo sguardo già nebbioso, poi cresciuto: sta sempre solo da una parte, dentro l’automobile o all’aperto. È davvero bello. Gli càpita di prendere a pugni il padre, di rifiutare la madre; contempla e tocca la faccia paterna trovandola invecchiata; sente male al collo o alcuore, piange, non arriva ad addormentarsi; ha repentine crisi di violenza. Poi si addolcisce, canta se stesso bambino («pioveva e tirava/un forte vento/il bimbo Matteo/era abbastanza contento»): l’ultima immagine lo mostra, con la dolcezza di un lieto fine, abbracciato alla madre sempre respinta. Senza trama, senza effetti nella fotografia e nelle riprese di Ugo Adilardi, «Un silenzio particolare» è il racconto più eloquente di una condizione umana che si potrebbe avere l’orgoglio fiero di saper vivere.
Da La Stampa, 9 febbraio 2005

Maurizio Porro Il Corriere della Sera
Stefano Rulli è uno dei grandi sceneggiatori italiani, ha lavorato con Bellocchio (Matti da slegare), ha scritto La Piovra e moltissime fiction di successo. In questo suo documento privato il soggetto è la sua vita e il difficile rapporto, che ha segnato la vita anche della moglie, col disagio psichico del figlio: si racconta la fatica di affrontare e credere all’utopia. Il cinema aiuta, dato che nel particolare home video Matteo decide infine di apparire e sorridere: all’agriturismo della fondazione Città del Sole, in ricordo di un’amica. Un film colmo di pietà e di tenerezza, senza moralismi né retorica, un incontro di famiglia che lascia il segno di un cinema emozionante che restituisce con un significato aggiunto silenzi, sguardi e sorrisi.
Da Il Corriere della Sera, 12 febbraio 2005

Alberto Crespi L’Unità
All’inizio, ci sono venuti in mente i Rolling Stones. Stefano Rulli, Clara Sereni e il loro figlio 26enne, Matteo, osservano un vecchio filmino sgranato in cui Matteo è bambino. Cinema dentro il cinema, immagini che scrutano altre immagini: i protagonisti del documentario Un silenzio particolare guardano se stessi, e noi guardiamo il film nel suo farsi, nel suo diventare analisi di una storia, di un mondo. Iniziava così anche Gimme Shelter, uno dei più importanti e sconvolgenti documentari del New American Cinema: i Rolling Stones, in moviola, osservavano i filmati del loro concerto di Altamont, avvenuto alcuni mesi prima.
E pian piano, mentre il film scorreva e «si montava» davanti a loro, rivedevano la tragedia, lo spettatore accoltellato dagli Hell’s Angels sotto il palco, l’utopia dei grandi raduni rock (correva l’anno 1969, quello di Woodstock) che si trasformava in incubo. Il paragone finisce qui, ma è più denso e profondo di quanto appaia a prima vista: innanzi tutto perché anche Un silenzio particolare, in fondo, racconta un’utopia (che non diventa incubo, per fortuna, ma che corre il rischio di sparire); e poi, perché il documentario che riflette su se stesso è forse, in questo scorcio storico, la forma più pura e più avanzata di cinema che si possa immaginare. Da tempo sosteniamo che il documentario è la parte più viva e interessante del cinema italiano; e per capirlo, limitandoci a questo week-end, basterebbe confrontare la verità di Un silenzio particolare con la finzione tutta «di testa», e sostanzialmente irrisolta, di Provincia meccanica, che domani rappresenterà l’Italia in concorso a Berlino.
Volendo rimanere dentro il discorso metafilmico (il cinema sul cinema, scusate la parola difficile), potremmo dire che Un silenzio particolare è il tentativo, da parte di un cineasta come Rulli, di far arrivare il proprio cinema al figlio Matteo, che lo detesta. Stefano Rulli è il famoso sceneggiatore che, in coppia con Sandro Petraglia, ha scritto il cinema e la tv più «civili» e popolari degli ultimi vent’anni (Mery per sempre, Il portaborse, La meglio gioventù, svariate Piovre). Suo figlio Matteo non fa cinema. Non ama il lavoro del padre. Ma non siamo di fronte a un «semplice» rifiuto della figura paterna. Matteo è un ragazzo con gravi problemi psichici. Spesso si rifugia in se stesso, ai limiti dell’autismo. Quando comunica, lo fa a volte in maniera violenta, aggressiva. Rulli e sua moglie, la scrittrice Clara Sereni, non esitano a confessare che l’idea del film nasce anche da un’antica, terribile e umanissima vergogna: non sempre è facile dire che si è genitori di un figlio handicappato. Si ha paura delle proprie parole, si ha paura degli sguardi della gente, del giudizio del mondo. E qui si arriva alla suddetta utopia.
Da anni, Rulli e Sereni hanno fondato in un casale umbro una piccola comunità chiamata «La città del sole», dove ragazzi con lo stesso problema di Matteo possono incontrarsi e trascorrere le vacanze assieme alle famiglie. Il film è nato, inizialmente, come un documentario su questo luogo dove Matteo, a lungo, si è sentito estraneo: andava lì con mamma e papà, ma si rifiutava di entrare. Poi, come scrive Rulli, «un giorno Matteo decide di entrare, non per una festa ma per l’ultimo saluto a una delle ragazze del gruppo prematuramente scomparsa. Un po’ a sorpresa, Matteo entra nella grande sala, vede con gli altri ragazzi su un televisore le immagini di quella festa a cui non ha voluto partecipare, condivide con loro il dolore di quella perdita». Così, nel suo farsi, Un silenzio particolare diventa la storia di come Matteo entra nel film, diventa parte della comunità, e riesce a stabilire con i genitori un contatto prima quasi impossibile.
Fra i tanti lavori di Rulli, quello più vicino a Un silenzio particolare è Matti da slegare, girato trent’anni fa assieme a Marco Bellocchio, Sandro Petraglia e Silvano Agosti. Era una straordinaria testimonianza sui manicomi, sulla necessità di entrare in contatto con quella sofferta umanità che sta dall’altra parte, oltre la nostra cosiddetta normalità. Qualche anno dopo, con la nascita e la crescita di Matteo, Stefano si è ritrovato quel film dentro casa e oggi ci racconta, con pudore e coraggio, il mestiere più difficile del mondo: che non è quello di sceneggiatore, ma quello di padre (in senso lato, di uomo).
Un silenzio particolare è un’esperienza, più che un film: se ne esce scossi, dolenti, ma anche riempiti di umanità. Andatelo a vedere (al Nuovo Sacher di Roma, all’Anteo di Milano…) anche perché facendolo aiuterete l’utopia: la regione Umbria sta vendendo il casale della «Città del sole» e servono soldi perché chi ha realizzato il progetto possa, ora, comprarselo. Serve l’aiuto di tutti. Anche il vostro.
Da L’Unità, 11 febbraio 2005

Stefano Lusardi Ciak
Abbiamo cambiato le parole (non più “matto”, ma “persona con disagio psichico”, non più “handicappato”, ma “persona diversamente abile”). Ma, al di là del maquillage formale, fino a che punto siamo coscienti delle difficoltà, del senso di separazione, di cosa significa vivere quotidianamente con un ragazzo affetto da disagio psichico? Per questo la scelta cinematografica di Stefano Rulli ha un alto valore, tanto umano che politico: raccontare in maniera diretta il difficile rapporto col figlio Matteo, che ha segnato l’esistenza dei genitori anche dal punto di vista professionale, sia quella di Rulli, sceneggiatore chiave del nostro cinema con Sandro Petraglia, che aveva raccontato il disagio già nel 1975 come co-autore del documentario Matti da slegare, che quella della madre, Clara Sereni, che ha più volte affrontato queste tematiche col filtro del romanzo. II film – che usa il cinema nella sua forma migliore, quella di un documento sincero, aspro e tenero, oggettivo ma intimamente partecipato – vale non solo per quel che è, ma anche per il come è stato realizzato: nato come documentario sull’agriturismo della Fondazione Onlus Città del Sole, di cui Rulli e Sereni sono tra i fondatori, nei tre anni di lavorazione ha visto cambiare il ruolo di Matteo, da personaggio “fuori campo”, caparbiamente separato, a protagonista, pronto a condividere e a raccontarsi. La sua metamorfosi è il cuore del film, fino a una scena intensa e toccante – quella in cui Matteo e gli altri ospiti dell’agriturismo guardano le immagini video di una festa, per ricordare un’amica scomparsa- in cui silenzi, sguardi e sorrisi non trasmettono più solo dolore o difficoltà, ma vita, poesia, tenerezza. Non un film sul disagio, dunque, ma un manifesto sull’utopia. Che per realizzarsi, come quella della Città del Sole, chiede tempo, fiducia e fatica. L’opposto del facile, del superficiale e dell’immediato, i diktat del nostro tempo.
Da Ciak, Febbraio 2004

2 Risposte

  1. Il dvd, con grande partecipazione, ma anche con il necessario distacco, mostra i progressi del figlio Matteo, fino a una quasi completa emancipazione.
    Come dice Lusak, si tratta di un manifesto sull’Utopia. Ma per relizzare questi progressi, Matteo è stato inserito nel progetto Prisma, che è quello dell’alloggio individualizzato, con pentner che studiano o lavorano e hanno bisogno di un alloggio.

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